Il dramma del femminicidio indica quei casi in cui una donna viene uccisa per motivi inerenti al genere, e la vittima è sempre di sesso femminile.

Si tratta di una forma di violenza esercitata sulle donne, conseguenza quest’ultima di una struttura psicologica e ideologica di matrice patriarcale, il cui scopo conscio o inconscio è mantenere una subordinazione di genere, con lo scopo di annientarne l’identità femminile, attraverso l’assoggettamento psicologico e fisico, che spesso conduce fino alla morte.

La violenza di genere è una problematica che è emersa prepotentemente negli ultimi 50 anni, sebbene abbia alle spalle una lunga storia. Femminicidi, stalking, aggressioni occupano oggi le cronache dei nostri giornali, creando grande inquietudine e ponendoci numerosi interrogativi.

Nel caso del femminicidio l’uccisione di una donna da parte di un uomo avviene per motivi di odioo avversione, disprezzo, piacere o senso di possesso. Si tratta cioè di una violenza estrema contro la donna proprio<<in quanto donna>>.

Il clima sociale di terrore al femminile, che stiamo vivendo e, i meccanismi di potere sottostanti ci chiamano dal punto di vista della convivenza civile e. ancor più come psicologi per dare profondità e comprensione alla violenza sulle donne. Il contributo delle donne psicoanaliste negli ultimi anni, ha permesso lo sviluppo di un “pensiero della differenza”, un pensiero critico femminile.

Nel dramma del femminicidio, quali sono gli aspetti che accomunano le donne vittime di violenza?

Le donne vittime di violenza presentano una psiche infantile che mantiene una difficoltà a separarsi  a causa di un rapporto conflittuale e irrisolto, con la madre, che produce scissione e ambivalenze. Tale quadro psicologico determina una difficoltà di lettura della realtà e la tendenza ad idealizzare il partner.

Queste donne violate, abusate o maltrattate, restano dipendenti dal partner, senza mai divenire soggetti autonomi, non si fidano di se stesse, e non riescono a far valere ciò che desiderano e pensano, per stare in un rapporto paritario. Questi elementi d’immaturità e dipendenza dal partner offuscano la visione degli aspetti aggressivi e distruttivi del partner, lasciando la donna sola e indifesa di fronte a tanta violenza.

Nel dramma del femminicidio, quali tratti psicologici si creano fra vittima e molestatore?

In Italia il femminicidio ci affligge da oltre 50 anni, pur essendo una problematica di natura mondiale. Questo tipo di omicidi è uno dei reati in crescita “sia a livello nazionale che internazionale”.

Il dramma del femminicidio nasce da una disfunzionalità relazionale, conscia o inconscia fra i partner, se non addirittura da una complicità psichica inconscia fra i due soggetti vittima-carnefice.

Possiamo affermare che nel 50% delle coppie, sposate o conviventi si è verificato almeno un episodio di violenza nella coppia. Mentre il 70% delle violenze, quali: stupro o omicidio viene commesso sempre dal marito, dal compagno o da un ex.

In Italia non abbiamo ancora un osservatorio sul femminicidio in grado di fornire dati certi, ma sappiamo che dal 2000 a oggi le donne assassinate nelnostro paese sono oltre 3000 e l’autore di questi omicidi dal 35% al 70% è il partner o l’ex partner.

Ogni 2 giorni una donna viene uccisa per  mano di un uomo, per di più il compagno, nei paesi Islamici, per motivi culturali, le percentuali sono più elevate, sebbene anche negli Stati Uniti, negli ultimi 10 anni, il 40% delle donne sono state uccise dal marito o compagno attuale o precedente, mentre in Europa le percentuali variano dal 40% al 50%.

Quali sono gli indicatori di rischio in una relazione?

Nel dramma del femminicidio, un indicatore importante è la recidiva, spesso gli uomini che arrivano all’omicidio sono persone aggressive, con un disturbo del controllo degli impulsi e, alle spalle precedenti denunce per maltrattamenti. Scavando all’origine delle loro vite emergono vissuti infantili di maltrattamento e di abuso. Per questo la coazione a ripetere della violenza, tende a non interrompersi, tali soggetti non prendono coscienza del proprio disagio psicologico, non maturano una coscienza morale e non si rendono conto d’infrangere la legge, ritenendo di vantare sulla loro donna, moglie o compagna, e sui figli un potere assoluto, al di sopra della legge.

Il perdono della propria compagna, che segue spesso agli episodi di maltrattamento, rafforza questi individui, che acquistano sempre maggior potere sulla partner.

Perché le donne che subiscono violenza si sentono colpevoli?

Tali scenari di violenza contraddicono la parità dei diritti e le conquiste sociali e culturali, raggiunte della donna. In queste coppie predomina una dinamica di perversione relazionale, la donna respira un clima, di terrorismo psicologico e ricatti. Il partner violento è un manipolatore narcisista tendente a controllare e sottomettere la sua vittima, la quale attraverso la subordinazione masochistica, entra nella dinamica inconscia vittima-carnefice. La donna d’altro canto, immersa in questo clima psicologico, si convince di meritare insulti e percosse, perdendo i propri confini psichici e corporei e, in maniera esponenziale l’ autostima, che la porta a convincersi del suo disvalore.

Le donne hanno  difficoltà a chiudere queste relazioni, poiché sommerse da un profondo e soffocante senso di colpa e di vergogna nei confronti della propria famiglia d’origine e del sociale. A livello personale non riescono a ritirare l’investimento affettivo sul partner e continuano a sperare nell’impossibile cambiamento. Contattare il sentimento di rabbia e di ribellione insieme al superamento della vergogna, consentono di uscire dalla paura e dalla negazione, dalla non consapevolezza.

Le donne maltrattate sono state adolescenti fragili e con difficoltà ad abbandonare la loro identità infantile, per assumere l’identità femminile adulta, che resta fragile e incerta. I dati ISTAT del 2015 confermano, che le bambine maltrattate, tendono a divenire adolescenti depresse o tossicodipendenti.

Secondo i dati ISTAT il 90% delle violenze sulle donne non vengono denunciate.

La mancanza di autostimadella donna, innesca l’esplosività della manipolazione affettiva del partner. L’atteggiamento violento del partner, da lei interpretato come espressione d’amore e forte attaccamento, rende difficile l’accettazione del fallimento della relazione. La difficoltà della  separzione da parte della donna ha a che vedere con la “love addiction”, quell’amore che si trasforma in dipendenza, e impedisce il distacco. Gli uomini che umiliano e assoggettano la donna, con la loro gelosia, la isolano dal resto del mondo, segretando così la violenza al loro interno.

Il quadro patologico di questi uomini non li rende capaci di amare, poiché non sono stati amati all’origine della loro vita; essi tendono al controllo e sfogano all’interno della coppia, gli eventi stressanti esterni, le difficili relazioni e le problematiche economiche e sociali.

Oggi non è solo la vittima della violenza a poter denunciare

Oggi la legge consente ad amici e conoscenti di segnalare agli organi competenti quanto è di loro conoscenza circa il perpetuarsi di atteggiamenti violenti e allertare al tempo stesso i servizi sociali, chiedendo che le loro generalità restano riservate.

E’ senza dubbio necessaria una presa in carico delle donne maltrattate e la costruzione di una rete di protezione socio assistenziale. I centri antiviolenza, le strutture di protezione e le istituzioni restano presidi indispensabili, insieme all’osservatorio di Violenza Domestica-

 

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