Into the Wild – Nelle terre selvagge film drammatico scritto nel 2007, diretto da Sean Penn con Emile Hirsch e Marcia Gay Harden

Into the wild tratto dal libro di Jon Krakauer “Nelle terre estreme”, nel quale si racconta la storia vera di Christopher McCandless (Emile Hirsch), un‘adolescente dell’alta borghesia americana proveniente dalla Virginia, che subito dopo la laurea abbandona la famiglia dando in beneficenza i suoi risparmi e parte per un lungo viaggio di due anni. Lui lascia oggetti persone e luoghi senza ripensamenti, compie un gesto spesso solo immaginato, fantasticato, da tutti gli adolescenti, mettendo in atto uno dei desideri più indicibili, sfuggire “la società, i giudizi, i controlli, i genitori, gli ipocriti, i politici, i corrotti”. Per non essere più avvelenato dalla civiltà, attraversa gli Stati Uniti, fino a raggiungere le terre sconfinate dell’Alaska, meta e metafora di un mondo selvaggio e primordiale, dove infine perderà la vita per motivi mai completamente chiariti.

La voce narrante della sorella, con la quale Chris intrattiene un legame profondo e che mantiene allo scuro delle sue ragioni di fuga, introduce la storia del fratello: “Diverso dai suoi coetanei, con una sensibilità e finezza d’animo singolare”.

Pellicola di particolare bellezza, descrive un viaggio straordinario ricco d’immagini ed emozioni per raccontare la sofferenza della ricerca di sé e il bisogno di fuga dal reale.

Into the wild: rapporto tra la realtà fuori di sé e il mondo interiore

Il tratto distintivo che emerge è un bisogno di ricerca inesauribile nel tentativo continuo del superamento del limite. L’approccio di Chris di fronte alla vita si fonda sul contatto vivo con le cose. Ciò che egli cerca: “più che i soldi, più che il benessere, o un rapporto amoroso, è la verità”, unico traguardo, la propria meta spirituale.

Christopher vive all’interno di una propria solitudine, nel desiderio di trovare la corrispondenza al sua vuoto interiore, in compagnia degli autori delle sue letture e meditazioni. Egli propone l’opportunità di cambiare il modo di guardare le cose: “non solo nei rapporti con le persone ma attraverso una comunione più ampia con la natura”.

Per separarsi dal passato inizia a cambiarsi il nome Alexander Supertramp (Supervagabondo), un nome superlativo, megalomanico, simbolo della sua essenza narcisistica.

Il contesto familiare e l’ambiente

Precedente storico di questa inquietudine è la sua storia familiare, i suoi burrascosi rapporti con i genitori che seguono “un non detto” il segreto familiare che riguarda la nascita dei figli e la sofferenza scaturita dai litigi coniugali, non ultimo il suo non essersi sentito compreso. Entrambi i figli infatti sono nati da una relazione extraconiugale, mantenuta segreta, rispetto all’altra famiglia del padre.

Into the wild rappresenta il modo estremo attraverso il quale Chris asseconda la sua sete di ricerca, rivelando una problematica adolescenziale. Egli sfugge l’esame di realtà presentatosi più volte durante il lungo viaggio ma il suo misurarsi poco realistico, così come la valutazione delle sue reali forze e del pericolo, non gli permettono di farlo proprio. La totale negazione del contesto lo pone in una specie di utopia, una psicosi senza delirio, dove l’esercizio del pensiero sembra quasi non esistere.

Tutte le persone che Chris incontra lungo il suo cammino gli si affezionano (così come noi ci affezioniamo a lui), offrendogli un pezzo di esperienza a cui potrebbe attingere. Costoro potrebbero avere la funzione di genitori sostitutivi: la coppia di hippy (a cui ricorda un figlio lontano) vorrebbe trattenerlo: “Sembri un bambino che è stato amato”, dice la donna della coppia di girovaghi in caravan, ma Chris non riesca a trarre da questi incontri le giuste conseguenze. Nemmeno dal rapporto ‘paterno’ con l’anziano Ron che – metafora della trasmissione delle generazioni – lo vorrebbe designare erede dei suoi beni, ma l’immagine della verità che Chris persegue non gli consente di arrestarsi.

L’antitesi simbolica di questo, è l’orso bruno che – fiutando l’odore della morte ormai imminente in lui – si volge e gli passa oltre. La natura selvaggia – da lui prefigurata amica e meta ultima del suo cammino – è in realtà indifferente al dramma ultimo che si compie in lui.

Into the wild: la natura selvaggia fuori e dentro di sé

Il film ripercorre i due anni di viaggio di Christopher McCandless, ma le tappe del suo girovagare sono come attraversamenti di tutti i passaggi dell’esistenza umana. I capitoli in cui è suddivisa la narrazione ne portano anche il nome: dalla nascita all’adolescenza, dall’età adulta alla saggezza finale. Per raccontarla, i piani temporali si alternano, a volte si confondono.

I genitori di Christopher hanno senza dubbio ripetuto e accumulato parecchi errori educativi; sono persone rese infelici e rabbiose dalla loro incapacità di separarsi, responsabili del loro fallimento ma avrebbero meritato una descrizione meno rigida e più sfumata.

La scelta estrema dell’Alaska sembra la logica conseguenza del disaccordo genitoriale e della sua sofferenza di bambino. E’ legittimo restituire a Christopher la responsabilità di non avere la coscienza del limite, nella sua ossessione per le terre estreme. I figli non sono mai giustificati dal fatto che i padri hanno sbagliato, per un buon 50% sono responsabili loro stessi. Sarebbe utile se potessero esser puniti anche per quella metà di colpa altrui di cui non sono stati capaci di liberarsi.

“Non è che amo di meno l’uomo, ma amo di più la natura” (Byron)

Una meta così inospitale, così irraggiungibile è una fuga che esprime un forte desiderio di compensazione. Il viaggio verso spazi infiniti e luoghi così lontani equivale alla ricerca di quella verità che viene quotidianamente uccisa: “Non l’amore, non i soldi, non la fede, non la giustizia; datemi la verità” (Thureau). La spinta verso i sovrumani silenzi, e la solitudine si mostra come vissuto transitorio per apprezzare di più la compagnia e per scoprire infine che: “l’idea di felicità può concepirsi solo con l’amore per l’altro”. (Tolstoj) Chris è arrivato a ciò, rileggendo i suoi autori preferiti, durante le fredde giornate passate all’interno del Magic Bus.

Egli da ascolto alla sua voce più profonda, al suo daimon portando a compimento una sua missione: arrivare in silenzio al punto più nascosto del vero Sé, per riscoprire il valore profondo della condivisione, godendo l’apertura dell’anima davanti a quei paesaggi da sogno, sebbene soffrendo le angosce di chi deve ancora pareggiare i conti con il passato.

Nel suo testamento scritto, ultima ed estrema consapevolezza, arriva la risposta – non goduta in vita: “La felicità è reale solo quando è condivisa”.

Ancora oggi la sua storia ispira e affascina, il pellegrinaggio che spingeva gente da ogni parte del mondo a raggiungere il vero Magic Bus, anche a rischio della vita, (in seguito proibito) è potuto avvenire perché nella storia e nelle parole di Chris ci sono sentimenti in cui tutti possono riconoscersi: la voglia di esplorare l’ignoto, di cercare di essere felici, di dare un senso alla propria vita.

Al regista il merito di aver usato con sapienza fotografia, musiche silenzi e parole.

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