La Grazia: film di Paolo Sorrentino con Tono Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Drammatico, Italia 2025
La Grazia, al centro del film di Sorrentino troviamo Mariano De Santis, un Presidente della Repubblica che, giunto al tramonto del suo mandato, si scopre improvvisamente nudo di fronte alla vita. Quello che per anni è stato il “cemento armato” delle istituzioni, un uomo che ha cercato la verità tra i paragrafi dei codici e la sacralità della Costituzione, si ritrova a galleggiare in un tempo sospeso, il semestre bianco, dove il potere sbiadisce e resta solo l’uomo.
“Di chi sono i nostri giorni?”
La domanda che attraversa il film smette di essere un quesito politico per diventare un’ossessione esistenziale e ci suggerisce che la convinzione di essere padroni del proprio tempo è solo un’illusione, mentre la realtà è che siamo stati spesso comparse distratte in una vita diretta dal caso e dalle aspettative altrui.
La verità si manifesta nella vicinanza dei sentimenti
Sorrentino compie un ribaltamento radicale: in questo smarrimento, trasforma il dubbio da debolezza a forma suprema di eleganza. In un’epoca che ci impone di avere opinioni pronte e schieramenti netti, la “grazia” risiede proprio nella capacità di esitare e di ammettere la complessità dell’animo umano. Per De Santis, la verità non abita più nei manuali giuridici, che mostrano la realtà solo da lontano, ma si manifesta nella vicinanza dei sentimenti.
La Grazia è un esercizio continuo di incertezza e amore
Nel tormento di dover decidere su due richieste di grazia e su una legge per il fine vita che il rigore del giurista cede il passo alla fragilità dell’uomo. La grazia diventa così quel momento sospeso in cui smettiamo di giudicare il mondo per iniziare semplicemente a guardarlo, con la stessa meraviglia spaventata di chi accetta di non capire tutto.
Il film esplora anche la necessità di ricucire i legami attraverso la tenerezza e l’ascolto. Il rapporto con la figlia Dorotea e l’apertura verso il linguaggio delle nuove generazioni — rappresentato simbolicamente dal rap — segnano il tentativo di De Santis di abbattere le gabbie di un passato segnato da silenzi e tradimenti mai superati. Il rimpianto, in questa visione, smette di essere un veleno per trasformarsi in una forma di conoscenza: ammettere di non essere stati “bravi” ma “eleganti” significa riconoscere che abbiamo tentato di dare una forma al caos, fallendo magnificamente. La risposta finale alla domanda sul possesso dei giorni forse non esiste, o forse risiede nell’accettare che la vita è un prestito a scadenza, un esercizio continuo di incertezza e amore.
L’astronauta e la resa
Molto potente è l’immagine dell’astronauta che piange nello spazio: le lacrime non cadono, ma restano lì, sospese. È la metafora perfetta di una sofferenza che non si può scaricare né dimenticare, ma con cui bisogna imparare a convivere con dignità.
Spesso passiamo l’esistenza a cercare di “risolvere” la nostra vita come se fosse un’equazione, convinti che una volta trovata la X saremo finalmente felici. Sorrentino, attraverso De Santis, ci suggerisce invece che la vera libertà non consiste nell’ottenere risposte, ma nel traguardo di sapersi arrendere con stile.
Essere “eleganti” nel fallimento è un concetto rivoluzionario: significa che non è importante quanto siamo stati efficaci o produttivi, ma quanta cura e quanta umanità abbiamo messo nel gestire l’inevitabile imperfezione del nostro passaggio sulla terra. La grazia, in fondo, è il coraggio di restare vulnerabili proprio quando il mondo ci vorrebbe di cemento.
