La pazza gioia, un film scritto da Paolo Virzì con Francesca Archibugi, con Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti, Tommaso Ragno, Bob Messini. Commedia drammatica Italia 2016

Il film di Virzì, “La pazza gioia“, mescola in modo equilibrato dramma e commedia, fondendo ironia e buon umore mostra una sensibilità squisita verso il mondo femminile. Ambientato in Toscana, narra la vicenda di due donne approdate in una comunità terapeutica per pazienti psichiatrici su ordinanza del tribunale, realtà di cura ispirate all’esperienza rivoluzionaria di Basaglia. Le due donne sono agli antipodi per personalità e caratteristiche: debordante leggera e logorroica Beatrice; introversa e ripiegata su se stessa Donatella: nonostante la grande diversità si avvicinano e diventano amiche, dopo un tentativo di fuga dalla comunità. La loro fuga si risolverà in un viaggio per tutta la Toscana, alla ricerca di un po’ di felicità e dei nodi irrisolti che le hanno condotte alla loro condizione attuale.

La pazza gioia mostra profondità d’analisi

Con uno sguardo attento da parte del regista sul mondo delle comunità terapeutiche, dove la descrizione del disagio psichico e delle istituzioni che lo dovrebbero contenere viene rappresento in modo reale e privo di giudizio, sebbene nel contrasto tra approccio umano compassionevole alla sofferenza e l’approccio asettico, burocratizzato delle istituzioni.

Le due protagoniste forniscono un’interpretazione ottima misurandosi con ruoli difficili. Lo sguardo di Virzì ci restituisce un ritratto dell’universo femminile toccante guardando la sofferenza e il “mal di vivere” che le istituzioni tendono a sedare e controllare, rispondendo in maniera inadeguata ai sentimenti e alle emozioni che albergano questi soggetti. È un film italiano il cui maggiore scopo è disvelare la realtà e denunciare una situazione.

Una storia di affetto e di amicizia al femminile

 Il film di Virzì vuole essere un inno alla vita, alla speranza, alla voglia di esserci nonostante tutto. Giocato tra la realtà e l’invenzione, così come i suoi due personaggi femminili. In particolare la bravissima Valeria Bruni Tedeschi ha il ruolo di Beatrice, con ascendenze alte borghesi, cacciata e rifiutata dalla famiglia che le attribuisce il dissesto finanziario e la decadenza economica. Mitomane che millanta frequentazioni con la Clinton e con Clooney, ha una mentalità reazionaria e snob, confonde la fantasia con la realtà, continua a impartire ordini anche a Villa Biondi – la comunità terapeutica nella quale è relegata – come se le altre pazienti fossero tutte sue domestiche, giardiniere e cameriere.

Donatella invece, Micaela Ramazzotti, giovane madre rimasta incinta del suo capo, già sposato e da lui stesso licenziata, a cui a seguito un’enorme sofferenza le hanno sottratto il figlio dandolo in adozione per incapacità genitoriale e depressione maggiore, già segnata precedentemente dalla tossicodipendenza e dall’anoressia di cui porta i segni in un corpo tatuato e dolente.

La pazza gioia: complicità e affetto che cura

Dopo i primi maldestri tentativi di Beatrice di avvicinarsi a Donatella entrambe iniziano a cercarsi, “annusandosi” reciprocamente e scoprendo nella complicità quell’affetto in grado di lenire le ferite dell’anima. Le due donne s’ incontrano, si scelgono, si comprendono, non senza drammatiche collusioni e la loro intesa diviene in crescendo via via più profonda.

Donatella è una giovane donna proletaria di pochissime parole, provata da varie disavventure della vita, ex cameriera in un night-club, anche lei sbarcata a Villa Biondi.  L’incontro tra le due è inconscio e psichico, Beatrice non si arresta difronte alla scorbutica Donatella riuscendo man mano a sfondare il muro protettivo dietro il quale lei si trincera conquistandone la sua fiducia.

La trama del film è tutta qui nel rapporto tra le due donne, con la progressiva apertura dell’introversa e con l’affiorare di sincerità dell’altra una volta crollate le maschere, impossibile non trovare somiglianze col film Thelma & Louise di Ridley Scott e la fuga in macchina lo ricorda.

La loro fuga rocambolesca nata casualmente per un disguido, con la voglia di gioire della libertà in giro per vari luoghi della Toscana, Donatella finirà per aprirsi con l’amica e raccontare la sua storia e Beatrice, dal suo canto, narrerà di essersi invaghita di un imbroglione che l’ha raggirata e truffata facendola finire in galera, restando in lei viva la credenza di essere vittima di un sistema che le trama contro.

La Pazza Gioia: fuga e amicizia salvifica

Le due protagoniste inizieranno un viaggio che le porterà fatalmente al centro del dolore, quello profondo e desolato dove non c’è che attesa, dove è difficile trovare risposte. Nel percorso si maturerà in un’amicizia salvifica che passerà attraverso una “pazza” fuga dalla comunità, apparentemente senza meta, ripercorrono i luoghi famigliari e le dolorose vicende che le hanno segnate. Ricostruire il proprio passato con la fiducia di avere al fianco una persona che le vuole davvero bene, darà a Donatella la forza di accettarlo e di guardare finalmente al futuro con speranza, scoprendo di essere funzionali l’una all’altra; si spronano, si danno energia e si migliorano a vicenda. L’una diventa la cura efficace dell’altra, trovandosi là dove la speranza di essere amate è stata disattesa per entrambe. Fenomenologicamente appaiano l’incarnazione della bipolarità “maniaco-depressiva”, che si scinde nello specchio duplice della stessa e si riaffianca nella relazione.

Lo sguardo di Virzi è dal ‘dentro’ e non dal ‘fuori’

Nel narrare le vicende delle due donne Paolo Virzì induce nello spettatore il dubbio che la follia sia una conseguenza delle privazioni affettive e delle grandi delusioni d’amore che hanno accresciuto il senso di malessere e/o il disagio sociale. Il film con tratti di commedia commuove e racconta il disagio sociale e psichico, scendendo alle origini di questo malessere, descrive l’influenza sul nostro destino delle figure genitoriali, l’incontro originario con l’amore e la conseguente e inevitabile delusione nella coazione a ripetere. Lasciando intendere che in un mondo dove tutti potrebbero essere considerati folli, quello che è riconosciuto come tale è una persona che non ha smesso di cercare un riparo alle ferite che ancora sente vive su di sé. Il Film è intenso, muove tutte le corde: si ride, si piange, si riflette.

La follia conseguenza delle privazioni affettive

Il film di Virzi intenso, poetico, commovente esprime una sceneggiatura, fotografia straordinarie, splendida la fotografia di Vlatan Radovic, calda e solare negli esterni, più soffusa e soffocante negli interni dell’istituto.

La catarsi finale di Donatella nell’acqua con il figlio è una metafora potente e commovente del mistero della maternità. L’acqua come il liquido amniotico che custodisce la vita, l’acqua elemento primigenio che alla fine riunisce e rigenera nella simbiosi quello che un momento di debolezza aveva diviso.   

Un dramma che ci fa capire meglio la genesi del dolore mentale dalle pieghe della normalità, tanto che le peripezie delle fuggitive oscillano sempre attorno al baricentro delle vicende e dei luoghi familiari della loro vita. La conclusione sonora è accompagnata dal brano “Senza Fine” di Gino Paoli.

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