Le nuove patologie: le trasformazioni continue della società influenzano profondamente l’esordio di nuove patologie mentali.
Il disagio nella società odierna è visibilmente mutato rispetto al passato, legato alla repressione degli istinti prima, ad un eccesso di stimoli e alla difficoltà di porre un limite oggi.
Come afferma Massimo Recalcati il tema centrale è il declino della funzione simbolica del “padre”, inteso come l’insieme di regole e limiti che permettono di incanalare le pulsioni in modo costruttivo. In una società focalizzata sui social, che tende a eliminare ogni interdetto e ogni tabù, l’individuo rischia di trovarsi smarrito in un narcisismo senza confini, dove il desiderio fatica a strutturarsi perché non incontra mai un limite (la “mancanza”) che lo attivi.
Psicologi e psicoterapeuti sono chiamati a rispondere ai nuovi disturbi portati in terapia, il linguaggio della psiche sembra modellarsi ai cambiamenti epocali e sociali del nostro tempo: l’ OMS registra un incremento del 30% delle patologie mentali.
Le “nuove” patologie e il loro linguaggio
La società contemporanea, caratterizzata da un‘iper-connessione digitale, ritmi frenetici e un’incertezza economica e climatica cronica, ha dato origine a numerose patologie che in passato non esistevano.
Disturbi della Rete e del Digitale
Dipendenze sessuali, internet Addiction Disorder: utilizzo ossessivo e incontrollato della rete, con gravi ripercussioni sulla vita quotidiana, sociale e lavorativa; il Gioco d’Azzardo caratterizzato dal discontrollo dell’impulso e incapacità di resistere ad un desiderio impellente.
Il Disturbo da Narcisismo Digitale non è una nuova diagnosi nel DSM, ma un’espressione sociale in cui l’identità dell’individuo dipende esclusivamente dal numero di “like” e dalla validazione esterna, rendendo l’autostima estremamente fragile e soggetta a crolli depressivi improvvisi
Queste patologie dal punto di vista del funzionamento psichico sono riconducibili a sintomi ossessivi che portano alla ripetizione di qualcosa che il soggetto non può fare a meno di ripetere.
- Hikikomori: Fenomeno nato in Giappone ma ormai globale. Si tratta di un ritiro sociale estremo, dove l’individuo (spesso giovane) decide di auto-isolarsi nella propria stanza per mesi o anni, comunicando solo tramite il web.
- Fomo (Fear of Missing Out): L’ansia sociale di essere esclusi da esperienze gratificanti che altri sembrano vivere, alimentata dal confronto costante sui social media.
- Nomofobia: La paura irrazionale di rimanere senza lo smartphone o senza connessione, che genera veri e propri attacchi di panico.
- Vamping: L’abitudine di restare svegli tutta la notte sui social, alterando il ritmo circadiano e causando depressione e irritabilità.
Le Nuove Ansie Esistenziali
Il contesto globale ha generato fobie che prima che prima non esistevano e non erano così diffuse:
- Eco-ansia: Un senso di paura cronica e impotenza legato al destino del pianeta e al cambiamento climatico. Non è una “malattia” in senso stretto, ma un disagio psicologico profondo che colpisce soprattutto i Gen Z e i Millennials.
- Sindrome da Burnout: Ormai riconosciuta dall’OMS, non riguarda più solo lo stress lavorativo “normale”, ma un esaurimento emotivo totale derivante da una società che richiede produttività h24.
Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA)
Accanto ad anoressia e bulimia, sono emerse varianti moderne.
- Ortoressia: L’ossessione patologica per il mangiare sano. Il soggetto restringe drasticamente la propria dieta non per dimagrire, ma per una ricerca maniacale della “purezza” alimentare, portando a isolamento sociale e malnutrizione.
- Bigoressia (o Vigoressia): Speculare all’anoressia, colpisce spesso gli uomini. È la percezione distorta del proprio corpo come troppo esile o poco muscoloso, portando a dipendenza da esercizio fisico e abuso di sostanze.
Le nuove patologie e l’ Identità Liquida
Oggi l’identità non è più percepita come un dato monolitico o “biologico” indiscutibile. In passato l’Identità di genere era strettamente legata a ruoli sociali e familiari rigidi. Oggi, assistiamo a una fluidità che riflette la crisi delle autorità tradizionali , come la “caduta del Padre”.
- La Disforia di Genere: sentirsi nel corpo sbagliato, è una forma d’angoscia determinata dal rifiuto di accettare il proprio sesso anatomico. E’ un disturbo relativo all’Identità di Genere. Dal 2022 queste malattie non rientrano più nella patologia mentale, bensì nei Disturbi della Sessualità (OMS), guadagnando l’accesso alle cure ormonali richieste per inibire la crescita, la pubertà, lo sviluppo degli organi genitali, persino a partire dai 10-12 anni, per poi passare ad interventi chirurgici più radicali. Le richieste di transizione ormonale in questa fascia di età sono cresciute drasticamente e, sembrano non tener conto della confusione e dell’incertezza relativa all’identità sessuale che fa parte del percorso di crescita psichica del ragazzo/a
Il corpo come luogo di iscrizione del disagio
Il disagio legato all’identità di genere spesso si manifesta come una frizione tra il corpo biologico e l’immagine psichica che il soggetto ha di sé. In un’epoca in cui tutto sembra poter essere modificato e manipolato, il corpo diventa il terreno su cui il soggetto cerca di affermare la propria verità interiore.
Oltre il binarismo, come psicoanalisi dobbiamo confrontarci con il superamento del binarismo maschio/femmina. Tuttavia, il compito dell’analista non è “validare” o “negare” un’identità a priori, ma aiutare il soggetto a capire cosa si nasconde dietro quella sofferenza. L’obiettivo è comprendere se la transizione o la fluidità siano espressione di un desiderio autentico e profondo o se, in alcuni casi, siano un tentativo di rispondere a un vuoto identitario più complesso.
Il rischio della “soluzione tecnica”
La società contemporanea offre soluzioni “tecniche” veloci o puramente mediche (chirurgia, ormoni, farmaci) a problemi che sono invece psichici.
Prima dell’intervento sul corpo, è necessario che ci sia un lavoro con la parola: “Talk Therapy”, affinché il soggetto possa abitare la propria scelta con consapevolezza e non come una fuga da un dolore inesprimibile.
La psicoanalisi tende a dare parola al dolore, permettendo al paziente di fare un’esperienza vissuta del lutto e della sofferenza per trasformarli in “consapevolezza”, invece di seppellirli sotto una chimica che anestetizza…
