Melancholia: Regia di Lars von Trier. Film con Charlotte Gainsbourg, Charlotte Rampling, Stellan Skarsgård, Alexander Skarsgård, Kiefer Sutherland. Danimarca, Svezia, Francia, Germania, 2011 Fantascienza. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ottenendo molti altri premi.

Trama del film

Un pianeta enorme, incombente e pericoloso, gioca con la Terra, si nasconde dietro il sole, spunta fuori e affascina come una seconda luna, destinato a distruggerci.
Justin arriva con il neomarito alla festa delle nozze che il cognato e la sorella Claire le hanno organizzato. I festeggiamenti hanno luogo in una bellissima dimora, in un grande spazio, immerso nella natura. Justine sorride molto ma dentro di sé prova un disagio profondo che la spingerà ad allontanarsi in più occasioni dai festeggiamenti, provocando lo sconcerto di molti, marito compreso.
Non si tratta solo di un malessere esistenziale. Il pianeta Melancholia si sta avvicinando e, benché il mondo scientifico inviti all’ottimismo, il rischio di collisione e di distruzione del globo terrestre è assai realistico

Melancholia: visione apocalittica del regista

Lars Von Trier offre allo spettatore, in versione apocalittica, la sua visione delle sorti dell’umanità su questa Terra: la morte, fine ultimo di tutta la razza umana viene così descritta attraverso due eroine e il regista lo fa con un prologo wagneriano (“Tristano e Isotta”) di alta qualità estetica cui fa seguire una bipartizione che vede protagoniste le due sorelle (prima Justine e poi Claire). Due donne, in particolare Justine, come rappresentanti di se stesso.
Di Justine condivide la sensazione viscontiana di fine di un mondo che merita di dissolversi e, al contempo, il dissacrante e sofferente distacco da tutte le convenzioni. La sua depressione è quella di Von Trier, la sua fatica a vivere, camminare, affrontare da sola le piccole difficoltà di ogni giorno, sono quelle del regista. La macchina da presa, con il suo costante movimento, non fa altro che evidenziare le turbe interiori della protagonista e dell’uomo stesso.

Di Claire mostra l’altra parte di sé il suo bisogno (registico) di ‘mettere ordine’, di trovare un senso, di controllare tutto: quella attenta, scrupolosa, ansiosa eppure buona che non vorrebbe questa fine per l’umanità. In questa seconda parte la fotografia del film si sublima donandoci grandi immagini artistiche come quella raffigurante la Dunst stesa nuda, su di una roccia, al chiarore notturno, offrendosi allo spettatore come in un dipinto romantico ad una tintarella di Melancholia.
Il tutto all’interno della complessità di un mondo che vorrebbe poter amare, non riuscendoci, il regista danese ci mostra così in questo film il suo amore per l’Arte che si offre di ‘leggere’ per noi la realtà nel profondo.

Melancholia: paura della morte

In questa parte del film che l’ottimista Kiefer Sutherland si uccide di fronte all’ineluttabilità di un presente che con tutte le forze aveva sperato di scongiurare aggrappandosi alla sua fede nella scienza.

Claire perde consistenza di fronte la morte: paura, angoscia, disperazione hanno il sopravvento, lei cerca di controllare anche questo evento nel provare ad organizzarne l’accoglienza con un bicchiere di vino in terrazza accompagnati dalla Nona di Beethoven. Proprio quell’Inno alla Gioia, ode romantica alla speranza. Non c’è speranza. Non c’è assoluzione. Non c’è altro modo per finire se non accettando la fine come unica via possibile.

La vita sulla Terra è cattiva.

Non c’è motivo di piangere per morte, convinzione del regista che per bocca dell’attrice dichiara di “sapere le cose” non lasciando alcuna possibilità di discussione al suo alter ego, né tantomeno allo spettatore ammutolito da tanto nichilismo.
Gli unici due personaggi che non trovano un crollo della propria dignità di fronte alla morte incombente sono proprio la Justine che ritrova forza dall’approssimarsi della fine e il bambino, suo nipote, l’occhio ingenuo dell’individuo che confida che tutto andrà bene perché al sicuro sotto una capanna di bastoni che lui crede magica essendo ancora puro, incontaminato dal contatto con la società, buono perchè inconsapevole della cattiveria, dignitoso come lo è la natura nella quale si specchia. E’ solo in punto di morte che Lars Von Trier concede spazio ai sentimenti positivi: la stretta di mano fra le due sorelle è toccante e lo è ancora di più se si pensa che, per il regista, tale concessione all’amore possa trovar luogo solo in prossimità della catastrofe.

Melancholia: forza magnetica nella quale ci si perde

La malinconia é una forza magnetica e affascinante, nella quale ci si perde, che tanto si teme e che si cerca di esorcizzare attraverso un uso impossibile della razionalità. Un’entità sterminatrice, di fronte alla quale, nel precipitare degli eventi, è possibile trovare terrore e pacificazione al tempo stesso.

Il regista danese dipinge e in questo modo esorcizza i suoi demoni personali e universali, raccontando di quella fragile e romantica inclinazione al mal di vivere che ben conosce e che dona possibilità d’ispirazioni inquietanti e profonde. Melancholia risulta stupefacente, inquietante, salvifico, mostrando del regista maturità, consapevolezza stilistica e un coinvolgimento emotivo potente.

Poesia e disperazione

L’ ispirazione per Melancholia colse, infatti, Lars von Trier durante una seduta con uno psicoterapeuta, che gli aveva spiegato come le persone che soffrono di depressione siano più calme della media nelle situazioni di pericolo, perché sono già certe che tutto andrà nel peggiore dei modi.
Si assiste all’illusione diffusa che Melancholia passerà davanti al nostro pianeta offrendo uno spettacolo magnifico unico e irripetibile. Il film risulta del tutto estraneo alla fantascienza classica. Splendide le immagini del direttore della fotografia cileno Manuel Alberto Clar che fanno di Melancholia un film in cui poesia e disperazione offrono un risultato unico.

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