Non riesco ad essere presente a me stesso/a, se non sviluppando l’attitudine all’ascolto ma non solo degli altri. E’ necessario prenderci del tempo e imparare ad ascoltare anche noi stessi. Quando lo facciamo, scopriamo sensazioni, emozioni, immagini, ricordi che popolano il nostro mondo interiore e che ci motivano a coltivare aspetti riflessivi della nostra mente per apprendere l’arte sconosciuta dell’ascolto.

Ascoltiamoci sempre, sia quando siamo in silenzio, sia mentre parliamo

Solo apprendendo l’arte di ascoltare noi stessi potremmo essere in grado di ascoltare anche gli altri, in tutte le loro espressioni, verbali o analogiche che siano.

Nel setting ad esempio, durante un’analisi o in psicoterapia non è solo il terapeuta ad ascoltare ma soprattutto l’analizzando, il quale parlando di sé in seduta impara a prestare attenzione a ciò che dice, a come lo dice, ascoltandosi e ascoltando l’eco che le parole risuonano dentro di lui, come se la persona (per-sonare) fosse uno strumento musicale. Questo è ciò che dovrebbe accadere anche fuori dall’analisi, portando cioè l’analisi nella vita.                             I

In quanto psicoterapeuta chiedo ciò ai miei pazienti e di solito, dopo un po’ di tempo, ci riescono, ottenendo grandi vantaggi e una maggiore fierezza di sé.

La maggior parte delle persone si rendono conto che vanno “in automatico” e che spesso non si ascoltano neppure nella rievocazione dei ricordi più cari, dove accade sempre il medesimo meccanismo, direi quasi robotico, ricordi narrati anche più volte restano scollegati dai vissuti, dalle sensazioni e dalle emozioni, senza alcuna inflessione della voce. Le parole per essere ascoltate richiedono un’ancoraggio alle emozioni, altrimenti risuonano come vuote, sospese nel vuoto, senza un loro peso specifico.

Oggi più che mai non siamo più abituati ad ascoltarci; la digitalizzazione dilagante, gli smartphone, i social media offrono tutto e subito, sembra non esserci più alcun bisogno di pensare, tutto sembra a portata di mano con un clic!

In realtà l’ascolto è un’arma potentissima, una delle poche che abbiamo a disposizione per imparare a conoscerci e comprenderci, avvicinandoci sempre di più al nostro inconscio. 

Non riesco ad essere presente a me stesso/a, è difficile educarmi all’ascolto!

Se ascoltare, significa “stare intenzionalmente a udire”, allora l’ascolto diventa un atto attivo, una decisione intenzionale. Significa farsi domande, ma soprattutto cercare risposte. Alle volte, le domande escono semplici, e rimanere in silenzio ne fa emergere di nuove.  Sicuramente una parte importante del sapersi ascoltare riguarda le risposte, le quali arrivano o non arrivano ma le migliori nascono proprio dalle domande giuste che riusciamo a porci. 

Quando ascoltiamo gli altri, decidiamo di metterci al lato per far spazio all’altro, il che significa riconoscerlo e accettarlo, comprendere le sue emozioni e comprendere tutto del suo discorso, anche ciò che non viene detto. Tutto ciò resta ancora più difficile, farlo con noi stessi. 

Non riesco ad essere presente a me stesso/a: come posso iniziare ad ascoltarmi

Impariamo a conoscere i segnali che provengono dal nostro corpo senza aver fretta di risolvere i problemi. Mettiamo pace ai nostri pensieri, non giudichiamoli, guardiamoli, osserviamoli, ascoltiamoli; cerchiamo di essere gentili ed empatici con noi stessi, volendoci bene.

Noi siamo un continuo divenire e un continuo cambiamento, non siamo quelli che eravamo ieri e neanche siamo quelli che saremo domani. Da questa consapevolezza nasce l’importanza di conoscere noi stessi, l’unico modo che abbiamo a disposizione per realizzarlo è prenderci del tempo e osservarci, diventando osservatori esterni di noi stessi, piuttosto che perfetti estranei.

Sovente ci accorgiamo di essere il frutto di ciò che gli altri pensano o dicono di noi. Questo è l’errore più grande che possiamo commettere, cioè costruire il senso della nostra identità sulle proiezioni e convinzioni degli altri, finendo persino per crederci.

Occorre fermarci e dare avvio a un’introspezione profonda, porci domande come: «Cosa voglio? Sono felice di fare quello che sto facendo? Che cosa posso fare per me? Che cosa mi rende felice?». Sono tutte domande che richiedono un carotaggio dentro di noi permettendoci di lasciare la voce degli altri in lontananza, fino a non udirla più. 

«Non chiediamoci “perché?”, ma “che cosa?”».

Domandarci il perché mette la fretta di risolvere un problema, di avere la risoluzione immediata, mentre il che cosa ci consente un’esplorazione di aprire uno spazio di ascolto profondo e allargato.

Non riesco ad essere presente a me stesso/a: non é mai troppo tardi per conoscermi!

Tutto ciò risuona come un incipit per intraprendere un percorso d’individuazione, il quale ci permetterà di scegliere noi stessi, prima ancora degli altri. 

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