Omogenitorialità, tale termine creato alla fine degli anni ’90 dall’Associazione francese dei genitori e futuri genitori gay e lesbiche (APGL), è una definizione che comprende diverse realtà familiari, nelle quali almeno un genitore ha un orientamento sessuale non eterosessuale.

Ci sono famiglie in cui i figli o le figlie sono nati o nate da precedenti relazioni eterosessuali dei genitori; altre composte da madri lesbiche single o in coppia che hanno adottato o che hanno fatto ricorso alla procreazione medicalmente assistita; famiglie composte da padri gay che hanno adottato o che hanno avuto accesso alla gestazione per altri; altre composte da un uomo gay e una donna lesbica che decidono di portare avanti un progetto di co-genitorialità  con i loro eventuali partner. La grande eterogeneità di queste famiglie, ma anche delle famiglie composte da genitori eterosessuali, oggi è supportata dalla complessità e dalla varietà di combinazioni possibili, dovute alla molteplicità di unioni, separazioni, ricongiunzioni, adozioni e nuove tecniche di accesso alla genitorialità.

Omogenitorialità a confronto con modelli e tradizioni di famiglie ormai superate

Nelle nuove unioni e nella tipologia di famiglia che da esse si configurano, nella rapida evoluzione della società, ciò che appare come prodotto finale è una sessualità disgiunta dalla procreazione e dalla filiazione. In questo nuovo fenomeno che viene a configurarsi non è necessario che i genitori siano di sesso diverso per essere padri e madri. Orientamento sessuale e genere non sono più strettamente connesse alle funzioni genitoriali, come si è sempre pensato.

Omogenitorialità: la presenza di due genitori dello stesso sesso può costituire una famiglia, sebbene diversa dal modello tradizionale,  anche se l’idea di due madri, due padri, può apparire per molti ancora inconcepibile.

Secondo Freud (1905) il complesso Edipico è legato alla meta dello sviluppo psicosessuale e coincide con l’eterosessualità e l’abbandono degli oggetti d’amore genitoriali e attraverso l’identificazione con il genitore dello stesso sesso avverrebbe l’assunzione del ruolo di genere.

Con l’Edipo il figlio apprenderebbe la differenza tra i sessi e le generazioni, assumendo il proprio posto nella famiglia e nella catena generazionale. Sebbene Freud, concepisca le pulsioni e le identificazioni omosessuali come componenti della psicosessualità in entrambi i sessi e, riconosca la bisessualità come costituente di ogni sessualità.

Quale Edipo possibile per i bambini delle coppie omosessuali?

Dal punto di vista freudiano l’Edipo consente di riconoscere l’altro come differente da sé, introducendo il concetto del limite, spezzando l’illusione narcisistica della fusionalità con la madre.

Il superamento dell’Edipo lascerà nel soggetto la nostalgia del paradiso perduto, tale assenza si configurerà come “l’affetto rappresentante la mancanza” e se l’Edipo non verrà superato l’assenza non verrà simbolizzata ma rimossa, esitando in nevrosi, oppure negata come nella perversione e nella psicosi, dove le differenze non esistono.

Sul piano simbolico se pensiamo alle differenti relazioni e identificazioni che nel corso dello sviluppo il bambino struttura egli potrebbe intravedere la presenza del padre nella madre e della madre nel padre; essendo nell’inconscio della madre presenti aspetti maschili, dovuti alle identificazioni con il proprio padre che consentirebbero al bambino di identificarsi con tali aspetti.

Il padre nella madre diventerebbe per il bambino il modello con cui identificarsi, mentre la bambina amerebbe la madre come se fosse un uomo. In questo modo il terzo entrerebbe nella coppia.

La funzione edipica può essere applicata alle famiglie omogenitoriali?

Una delle funzioni edipiche più importanti è la triangolazione, madre-padre-figlio. La madre ha una relazione fisica con entrambi a differenza del padre, che viene da fuori e nella diade rappresenta il terzo, il mondo esterno, la legge, il simbolico. Come diceva Lacan, 1956 la triangolazione è possibile e necessaria anche partendo da due uomini o due donne, il figlio o la figlia.

Omogenitorialità: in cosa consiste la funzione edipica?

La funzione edipica è ciò che da senso e contiene i vissuti di ambivalenza, il contrasto tra passioni e sentimenti opposti: attrazione, amore, odio e rivalità verso entrambi i genitori. Questi vissuti che non provengono solo dal bambino, comportano la necessità di un lavoro di accoglimento e di rêverie da parte dei genitori, e rappresentano l’essenza emozionale e dinamica della soggettività infantile.

Omogenitorialità: ciò che conta è soprattutto l’importanza del legame di coppia: il bambino potrà sperimentare anche vissuti di esclusione ma in presenza di un legame di coppia autentico, fatto di desiderio e di amore, essi saranno attenuati e trasformati.

La vera capacità genitoriale è quella di desiderare e accettare di crescere il proprio figlio, che sia nato dalla coppia o venuto al mondo, senza preoccuparsi troppo di quali saranno gli atti, i comportamenti e i sentimenti dello stesso verso i genitori

Il concetto di genitorialità simbolica si applica a tutti i tipi di famiglia, ed è necessaria per sostenere un processo identitario che implichi una vera soggettivazione, nella continuità con i propri modelli e nella conseguente presa di distanza da essi.

Occorre riconsiderare la funzione genitoriale secondo queste  nuove realtà familiari ma quanto questi genitori potranno svolgere una funzione genitoriale in modo sufficientemente buono, tale da offrire al bambino la possibilità di avere delle esperienze, dominare gli istinti, strutturare un Io, affrontando le difficoltà della vita?

Genitore sufficentemente buono

Omogenitorialità: questo tipo di genitore consentirebbe al bambino di avere un “ sufficientemente buono” (Winnicott, 1956,) che non  significa perfetto ma autentico, sebbene in parte difettoso. Al contrario un ambiente che pretenda un bambino perfetto rischia di essere molto pericoloso.

Il rischio presente nelle nuove famiglie omogenitoriali è che i genitori omosessuali sono portati a parlare dei propri figli come figli perfetti, per dimostrare al mondo che essi stanno crescendo bene e meglio dei loro coetanei. Questo è il vero pericolo poichè può de-generare nello sviluppo di un falso sé .

 I bambini delle nuove famiglie così come i bambini delle famiglie di sempre sono destinati ad attraversare sofferenze, passaggi evolutivi non sempre facili e lineari, ma quel che più importa è che siano veri e perciò vitali. Non deve essere precluso il diritto di soffrire, di poter nominare i propri pensieri a contatto con una “diversità” percepita nel confronto con il gruppo dei pari e/o vissuta internamente.

L’ansia sociale come strumento di prevenzione del possibile dolore di questi bambini non è utile. Il posto di questi bambini esiste già e deve essere tutelato lasciando a loro disposizione la libertà di esprimere la felicità e il dolore. Essi non chiedono di essere idealizzati, né demonizzati.

La necessità di una elaborazione individuale continua da parte delle famiglie omogenitoriali deve essere tenuta presente poiché esse si espongono ai pregiudizi e all’omofobia sociale interiorizzata, aspetto quest’ultimo imprescindibile di cui occorre tener conto.

Da parte della società e della cultura è utile ridurre l’estensione del modello eterosessuale che investe le pratiche relazionali e i legami sociali e raggiungere un’idea di famiglia omosessuale come dimensione possibile e socialmente accettabile, essendo l’omofobia un forte attivatore di pregiudizi che negano dignità, libertà, relazioni.

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