Prima parte

Per comprendere la pornografia occorre penetrarla nella sua fenomenicità soggettiva e osservarla con occhi sgombri da ogni moralismo: quale è il significato che ciascun consumatore gli attribuisce? Quale è il vissuto che l’accompagna? Che cosa può essere definito una rappresentazione pornografica?

Secondo la psicologia la pornografia non è in sé buona o cattiva, normale o perversa, nessuna rappresentazione pornografica è tale fin tanto che non vi si aggiungono le fantasie dell’osservatore: nulla è pornografico in sé.

La pornografia è una questione di gusti: ciò che piace ad un individuo annoia un altro, in ciò sta una delle ragioni per spiegare la “minor presa” che la pornografia ha sulle donne; ad esempio la precisa descrizione del rapporto sessuale, pur potendo risultare eccitante, è sentito meno stimolante da parte delle donne.

La scena di un rapporto eterosessuale tra partner adulti è possibile che sia poco eccitante per alcuni, mentre l’immagine di una fustigazione che a molti può suscitare disgusto è deliziosamente eccitante per altri e così via, quindi un’immagine pornografica è efficace solo per la persona che la vive come tale.

Pornografia deriva dal termine greco pornos’: schiavo, prostituìto, o pornè, schiava, prostituta, termine derivato dal verbo pormemi, vendere e graphein; scrivere, rappresentare.

Sappiamo bene che le prime immagini pornografiche furono riprodotte dagli Egizi nelle rappresentazioni grafiche e decorative su oggetti, anfore, piatti, nonché nelle icone.

Etimologicamente la pornografia concerne la rappresentazione della prostituzione o della prostituzione schiava, venduta per il profitto economico e comprato per il piacere sessuale. Questo punto indica bene la produzione pornografica attuale, ciò che gioca sotto il segno della schiavitù: legami, catene, corde, armamentari della perversione.

Si definirà come pornografica ogni rappresentazione pubblica a scopo di piacere o di profitto economico, essa rinvia lo spettatore a sé stesso e ai fantasmi che essa nutre comparendo come la pratica di una sessualità in cui l’altro non esiste.

Questo altro che non appare se non come strumento è anonimo, senza libertà, sballottato e senza parole, accecato e senza sguardo. Le parole e lo sguardo sono costitutivi di una relazione umana, dunque l’utilizzo delle immagini porno si può leggere come un’incapacità di entrare in relazione intima con qualcuno che possa guardare, parlare, patire, muoversi, cioè essere altro.

Ma che cos’è la pornografia? La pornografia è un confronto privato della psiche individuale con i propri bisogni. Alcuni autori preferiscono abolire l’espressione per sostituirla con “materiale sessualmente esplicito”.

Secondo i detrattori della pornografia essa è caratterizzata da piattezza, è “ob-scena”, si svolge cioè fuori della scena intima e privata del protagonismo di una coppia e si colloca catapultandosi, in un decor artificiale e senza storia, che la rende appunto in-decor-osa. Essa sostituisce all’incontro i segni dell’incontro, che sono consumati in luogo e al posto dell’incontro e segna un’esperienza di solitudine.

Non c’è incontro nell’esperienza porno, ci sono effetti speciali, ma senza affetto, l’incontro, se c’è, è fra cadaveri. Senza emozioni, né sentimento, nessun incontro è possibile: essa è pratica delle delusioni.

Mentre l’immagine artistica costituisce uno stimolo all’immaginario, produce desiderio da elaborare, quella porno è un prodotto di eccitazione, da consumarsi e basta: la pornografia è una ladra di sogni, una forma molto povera dell’immaginario, periferia dell’immaginario.

Senza dubbio il consumo di immagini porno crea una cristallizzazione e un restringimento dell’immaginario sessuale, specialmente se la persona non è in grado di sviluppare un pensiero critico davanti alla povertà di questa visione; nutrendosi di tali immagini l’individuo diventerebbe un isolato sociale, con sempre maggiore difficoltà ad agire una sessualità di relazione.

Sono soggetti per lo più incapaci di attingere ad un immaginario erotico proprio, impossibilitati ad attivare il loro teatro privato, non hanno accesso alle risorse proprie della creatività e della fantasia.

Inoltre, pur avendo un immaginario eterosessuale, l’uso e consumo di pornografia anche quando è etero, privilegia l’insistente messa a fuoco degli organi sessuali maschili, lasciando sempre intravedere aspetti omosessuali del fruitore, se non addirittura un’indubbia neosessualità, cioè una sessualità infantile irrisolta.

Più spesso il soggetto in questione, il voyeur, combatte con un’identità sessuale maschile fragile, incerta, che si nutre identificandosi con la mascolinità e la virilità degli attori e protagonisti di una sessualità anticamente di celluloide, oggi soprattutto cybernetica e virtuale, nella quale fanno mostra di sé i loro macro e infaticabili attributi.

La pornografia è una sorta d’ingessatura ortopedica dell’immaginario e per alcuni soggetti, si configura come una vera e propria perversione, enfatizzando l’occhio, quale esclusivo organo della sensorialità e riducendo l’eccitazione e la sessualità a quell’aspetto parziale che è il guardare: voyeurismo.

Jean Baudrillard (1987) ritiene che la diffusione della pornografia sia l’aspetto parziale, della oscenità che dilaga nell’universo della comunicazione, così come si viene declinando nel nostro tempo.La sovrabbondanza, la ridondanza di comunicazione di cui siamo investiti attraverso la moltiplicazione dei circuiti di diffusione delle informazioni, ci svela tutto di tutto: ogni giudizio è già stato dato e ascoltato, ogni esperienza un “dejà-vù”. I mass-media tolgono tutti i veli perché tutto possa essere visto e compreso e nulla può essere immaginato e amato: a rubare i nostri sogni non è soltanto la pornografia!

La pornografia è il sintomo e il tentativo di terapia, delle miserie sessuali, dell’impoverimento delle relazioni sessuali tipiche del nostro tempo.

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