Depressione, angoscia e melanconia

La depressione

Quando parliamo di depressione, ci imbattiamo su una definizione diffusa e abusata, che ci dirotta su una patologia sottostante: il “disturbo dell’umore”, costituita da una varietà di sintomi psichici, emotivi, affettivi, che nel loro apparire possono essere più o meno gravi, e confrontano fenomenologicamente con la visione del mondo del soggetto, col grado d’infelicità che egli esprime nel suo “essere-nel-mondo”.

La depressione arriva con un ventaglio di sintomi, quali: dolore psichico, pesantezza e torpore corporeo, difficoltà di concentrazione e d’attenzione, alterazione del ritmo sonno veglia, disturbi del comportamento alimentare e della comunicazione sociale.

Essa può presentarsi sia attraverso un episodio depressivo “transitorio”, che attraverso un disturbo depressivo “vero e proprio” a seconda del livello di gravità dei sintomi.

Ci troviamo di fronte ad un disturbo depressivo maggiore quando al soggetto viene meno la possibilità di portare avanti la propria vita sociale, relazionale e professionale.
Mentre scorgiamo un disturbo depressivo di minor entità quando si intravedono minori implicazioni psicopatologiche meno importanti.
In quest’ultimo caso si tratta di reazioni ad eventi dolorosi della vita, che implicano il contatto col dolore e l’elaborazione del lutto.

Disturbi dell’umore

La depressione fa parte dei disturbi dell’umore e comprende altre importanti patologie quali la Mania e il Disturbo Bipolare.
La depressione endogena monopolare, o Melanconia che compare nel Manuale Diagnostico Statistico, DSM-IV, contempla quadri che si osservano nella Depressione Maggiore, nell’Episodio Depressivo Maggiore del Disturbo Bipolare I° o del Disturbo Bipolare II°.
La loro identità si basa sulla marcata inibizione psicomotoria o agitazione, sul calo del peso; in particolare sulla specifica qualità dell’umore depressivo, diverso dall’espressone del lutto, dalla tristezza e dall’episodio depressivo non melanconico.

Psicoterapia della depressione

Condurre un trattamento psicoterapeutico sebbene integrato (con farmaci) della malinconia implica stabilire un contatto profondo con il depresso, creando un contenimento attraverso modalità di colloquio, disponibilità al clima e all’atmosfera che si crea.
Il paziente mutacico, stentato, lento nell’esprimersi, o ansioso di non aver tempo, chiede continua rassicurazione.
Il tempo di cui si dispone, è (tema di fondo del depresso) è vissuto come un dono materno.
Rispettando e valorizzando pause, ritmo e timbro, adeguando il tono al flusso delle parole, possiamo parlare con lui della fatica del vivere e della sua difficoltà ad abbandonare la sofferenza e la colpa.

La maschera melanconica, dal greco mélania Kolé, (bile nera).
Mèlas, (nero), evoca l’idea di tutto ciò che è funesto e notturno, la paura e la disperazione.
Nella fisionomia di questi soggetti acquista significato la denominazione “bile nera” e la depressione “caduta verso in basso”, come esperienza dolorosa e pesante, che si accompagna ad un sentimento di caduta.

Il volto scuro e impenetrabile, di questo inconfondibile paziente: lo sguardo lontano, perduto e triste, il viso contratto e disperato, la bocca cadente in basso, come il resto del corpo esprime una sofferenza penosa, un’infelicità senza speranza.

Questi pazienti localizzano la loro tristezza nel corpo, nella fronte, nel petto, nello stomaco.
La loro tristezza è una tristezza vitale, che si somatizza e affonda le sue radici nella corporeità.
Solo attraverso l’esercizio della pazienza terapeutica si può entrare in contatto con l’istanza sadica dominante costantemente e ossessivamente.

I pazienti depressi, soprattutto quelli gravi, non si possono trattare senza consentire loro l’accesso ai propri sentimenti.
In tutti i casi di angoscia e depressione la partecipazione emotiva dell’analista è necessaria sebbene essi tendono a negare il loro dolore.
La loro sofferenza appare sotto forma di pesantezza nel corpo.
Il malinconico è portatore di un “io sensibile e fragile”, che talvolta appare rigido, come sistema difensivo, adottato nel timore di aprire la corazza ed evitare una possibile rottura.

Il melanconico, a differenza del depresso nevrotico, non è capace di tollerare il dolore psichico, in quanto troppo fragile, per non soffrire egli evita di sentire, anestetizzando i suoi sentimenti.
Solo il corpo parla attraverso la sua maschera.

Melanconia e depressione non sono sinonimi, la depressione nella persona nevrotica rappresenta una sorta di disillusione vissuta, nella personalità psicotica e nella melanconia la depressione appare in modo freddo e dissociato: la mente è vuota di ogni pensiero e sentimento, il corpo mostra visibilmente un inconscio dolente e anestetizzato.

Le lamentele, le ruminazioni melanconiche sono rivolte all’oggetto amato, con ambivalenza e da cui deriva quel sentimento inespugnabile di colpa.
Questo sentimento carico di rimorsi e di rimpianti è sottomesso a rimproveri continui.
La colpevolezza del melanconico, le sue accuse, il sentimento d’indegnità lo tengono inchiodato al proprio passato.

La melanconia rappresenta una sfida al tempo che scorre, un attacco al sentimento del tempo passato.
Egli accusa persone, circostanze, sé stesso per non aver fatto le cose in quel tempo lontano.
Investe narcisisticamente le proprie sventure, le idealizza, erotizzando la propria sofferenza.
Il prezzo che paga è la perdita di relazione col mondo, col principio di alterità che sostituisce con l’autoreferenzialità.

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