La sterilità in quanto patologia ha mantenuto nel tempo forti valenze simboliche, perciò la procreazione assistita rappresenta la vittoria della medicina sulla sterilità. E’ ormai noto che la sterilità costituisce per la donna il fallimento dell’identità femminile impedendole l‘autorealizzazione della maternità biologica.  La procreazione assistita è così importante, al punto che, si propaga come un’onda lunga sul piano psichico, culturale e sociale.

Anche la sterilità maschile come, l’infertilità maschile, sebbene per molti anni sottaciute, ad opera del maschilismo imperante, sono oggetto dell’infelicità maschile, rappresentando a livello inconscio quel binomio sterilita-infertilità=impotenza, fonte di crisi individuale, psicologica e sociale.

Oggi la biomedica ha il merito di offrire la possibilità di avere figli a coppie e persone che non avrebbero l’opportunità di diventare genitori biologici e che non desiderano accontentarsi dell’adozione e quindi della sola genitorialità psichica. Così la procreazione assistita diventa non solo una terapia contro la sterilità, ma un altro modo per procreare, coinvolgendo non solo le persone che ne fanno uso, bensì l’intera società, poiché tocca il nodo centrale dell’ identità umana.

Nella procreazione assistita la tecnica penetra in un ambito squisitamente intimo e privato verificando la scissione della sessualità dalla pro-creatività, non c’è più un incontro tra due persone, ma una procedura di laboratorio impersonale, che può risultare eticamente problematica.

Tale problematicità si mostra nella frequente richiesta della coppia di mantenere massima privacy sul ricorso alla procreazione assistita, nell’alterazione della pratica salta la valenza personale dei ruoli generazionali ai quali è affidata la costruzione dell’identità personale dell’uomo.

Nel rapporto di coppia l’ incontro dell’uomo e della donna possiede carattere spontaneo e istintuale, mettendo in gioco affetto, desiderio, sentimento, passione. Tali emozioni che hanno un carattere prettamente umano vengono ribaltate dalle pratiche della procreazione assistita, sia nell’omologa (che si effettua ricorrendo a gameti provenienti dagli stessi membri della coppia), che ancor più nell’eterologa, (che prevede l’utilizzo di gameti donati da individui esterni alla coppia o provenienti da una delle cosiddette “banche del seme”) la quale altera la relazionalità costitutiva della coppia.

Diversa è la scelta adottiva da parte della coppia, che ha uno spiccato carattere personale, e implica senz’altro la messa in gioco del sentimento, dell’affettività e dell’accoglienza, non certo della tecnologia.

La procreazione eterologa

Nel caso della procreazione eterologa, che ha risvolti ancor più problematici, si verifica il fenomeno della moltiplicazione delle figure genitoriali, dove il desiderio di genitorialità di una coppia trova soddisfazione attraverso una pratica che indebolisce l’identità del figlio, oltre che del partner sterile, creandogli  una molteplicità di referenti esistenziali diversi, se non conflittuali tra loro.

L’inserimento all’interno della dinamica della coppia della figura del donatore porta al limite il carattere di depersonalizzazione della procedura. Una coppia accede alla procreazione assistita eterologa quando per uno dei due membri della coppia, diventa irrinunciabile avere un vincolo genetico col figlio, e l’altro membro acconsente a essere surrogato da un donatore di gameti, per rendere felice il partner. In una simile situazione viene vanificata l’indispensabile simmetria tra i partner, che solleva importanti questioni etiche, sulla procedura di procreazione assistita nel suo complesso.

Il problema si accentua quando la procreazione assistita viene richiesta da una donna priva di partner, in questa ipotesi si toglie al nascituro il diritto a una doppia figura genitoriale. Diritto, che possiede una pluralità di valenze, da quella psicologica (per un’equilibrata crescita è indispensabile possedere un doppio referente genitoriale) a quella sociale (in quanto le garanzie di assistenza che due genitori possono dare a un figlio sono evidentemente migliori di quella che può dare un genitore solo). Il non aver padre, del figlio che nasce da procreazione assistita di donna sola, dipende da un progetto individuale e da una procedura tecnologica, che toglie ulteriormente al nato una parte della propria identità.

L’orfano può sempre costruire un rapporto ideale fantasmatico col padre scomparso; il bambino abbandonato può sempre ipotizzare un possibile ritorno del padre. Mentre il figlio nato senza padre, o meglio con gameti di uno sconosciuto, mette nel figlio il desiderio di una spasmodica, quanto impossibile ricerca, insieme al sentimento di una mancanza irrisarcibile e di un’inadeguatezza profonda dovuta alla sua diversità.

Genitorialità nelle coppie omosessuali

Nel desiderio di genitorialità delle coppie omosessuali che si rivolgono alla procreazione assistita, uno dei due partner viene ad assume la funzione del sesso mancante, non riconoscendosi però in esso psichicamente. I due partner si collocano nella difficile situazione di “esser come”, accedendo, per la soddisfazione del loro desiderio, alla procedura, senza salvaguardare il diritto del figlio ad acquisire un’identità integra.

La procreazione assistita e la donna in menopausa

Analizzando il problema della procreazione assistita, richiesta da una donna in menopausa, ci imbattiamo con il forte dislivello di età che si viene a determinare tra la madre e il figlio, accompagnato da tutti i problemi psicologici e sociali che, l’una e l’altro dovranno inevitabilmente affrontare. La donna anziana vuole negare, tramite la procreazione assistita, non solo i limiti connessi alla propria età anagrafica, ma anche quelli generalmente connessi a ogni gestazione in generale. L’artificialità entra nella sua gravidanza non solo come momento di avvio di un processo naturale ma essa continuerà a necessitare di un supporto continuo

Maternità surrogata e procreazione assistita

La maternità surrogata concerne particolari casi di infertilità femminile: riguarda donne che non possono portare avanti una gravidanza e, che dopo aver fatto fecondare in vitro un proprio ovocita (o un ovocita ottenuto in donazione) con gameti del partner o eventualmente di un donatore, sono costrette a far impiantare l’embrione nell’utero di una donna disposta – per lucro o per pura solidarietà – a portare avanti la gravidanza, partorire il bambino e successivamente a consegnare il neonato alla donna, o alla coppia, committente.

Il neonato sarà quindi figlio genetico della donna che avrà fornito l’ovocita, figlio sociale della donna che avrà promosso l’intera procedura e figlio uterino della donna che l’avrà partorito. La surrogazione di utero utilizzata soprattutto negli Stati Uniti, sta avendo una certa diffusione. La liceità della pratica, che molti vorrebbero riconoscere in nome del diritto fondamentale di una donna alla maternità (sia pur solo genetica) e in nome del diritto alla vita di tutti quegli embrioni in provetta, che in moltissimi casi, soltanto grazie all’impianto in un utero in affitto, potrebbero sperare di nascere.

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