Sinfonia d’autunno,  Film di Ingmar Bergman 1978. Il dramma familiare che Bergman ci mostra in questo film si gioca tutto sul rapporto madre-figlia (Ingrid e Liv Ullmann). Ingrid nei panni di Charlotte presta volto e anima a una madre padrona, egoista, intollerante, frenetica, presa narcisisticamente da sé stessa, terrorizzata dalla vicinanza fisica dei suoi affetti più cari; pianista di successo, ma fallita come madre. Impegnata in una dinamica interiore di continua rimozione, che non la libera dai tormenti, dai dubbi e da un dolore, che è capace di comunicare solo con gli occhi e attraverso la sua mimica facciale.

Sinfonia d’autunno: le emozioni vivono per lei solo nella musica e la sua gelida storia di attaccamento alle figlie non sembra lasciarle scampo: nessuna macchia sembra accettabile nella sua vita perfetta, riesce a salvare se stessa recitando il ruolo di madre amorevole, dalla voce calda e accogliente, dedita alla famiglia e costretta suo malgrado lontana da casa per lavoro.

A raccogliere i cocci della famiglia insieme al papà, c’è la figlia maggiore Eva (Liv Ullmann), mentre la figlia minore, da sempre gravemente ammalata, sembra aver pagato l’abbandono infantile, in termini fisici e psichici, somatizzando una madre incapace di esserci e di amare.

Eva succube e sottomessa, con la sua espressione affranta, anch’essa fragile e impacciata, nascosta dietro grandi occhiali da vista e persa in un mondo di fantasia e di misticismo, moglie di un pastore protestante, recupera una sua identità nell’accudire gli altri e nell’amore del marito per lei. L’ammirazione infantile per la madre, si scontra per tutta la vita con il terribile vuoto lasciato dalle sue improvvise assenze, e nello spazio libero dai suoi concerti domina in Charlotte un’ irrefrenabile desiderio di fuggire che produce in Eva: “paura di non sopravvivere”, “di smettere di respirare”, “di non esistere più”. I ricordi infantili legati alla presenza di sua madre sono quasi totalmente assenti, compare solo una struggente visione di lei bambina, inginocchiata e adorante ai piedi della madre, mentre lei legge il giornale seduta in poltrona, indifferente alla sua presenza.

Sinfonia d’autunno: ambivalenza e l’eterno ritorno

Il film narra del loro incontro, ricco di affetto sincero e buone intenzioni, dopo sette anni di lontananza, ricolmo di aspettative ed entusiasmo reciproco, nell’intento di recuperare una vicinanza persa da tempo e mai più cercata. Le lettere di Eva alla madre ricevono finalmente risposta quando Charlotte decide di raggiungerla mostrandosi cambiata ed emotivamente più vicina. Eva, d’altro canto gioca il ruolo abituata ad assumere ogni volta che mamma tornava a casa, servizievole accudente e attenta ai suoi bisogni e umori. Charlotte risponde con atteggiamenti materni riuscendo a mantenere la sua integrità narcisistica e godendo ancora una volta dell’ammirazione concessole.

Gli equilibri si sgretolano rapidamente nei fulminei scambi di battute e sguardi ai primi segnali di egocentrismo e critiche pungenti di Charlotte verso Eva. L’atteggiamento sottomesso della figlia si trasforma in accusa spietata, disperata e colpevolizzante per l’antico abbandono; decisa a gettare in faccia alla madre la sua verità. Sono momenti struggenti di grande intensità poetica: rabbia e amore si alternano in modo caotico, adesione e distacco lottano insieme. Scoppiano tutti i contrasti repressi tra figlia e madre, che finiscono per rinfacciarsi le mancanze d’una vita intera e tutte le assenze familiari che passano attraverso un rapporto d’amore doloroso e inesistente. Eva nel suo capo d’accusa diventa cupa e minacciosa, mentre Charlotte perde il suo charme, appare congelata e incapace di assorbire il suo dolore. Solo alle fine concede alla figlia una lacrima, che racchiude in sé la speranza sempre viva nella figlia di una sincera comprensione e di un cambiamento.

La tempesta finisce all’alba: “ma la vicinanza è di nuovo compromessa e rende necessario un nuovo distacco duro e silenzioso. Charlotte parte per tornare al suo mondo gelido e perfetto, per Eva torna la paura di non respirare:”Volevo essere come tu mi volevi”, dice alla madre nel corso del litigio notturno… ma non serviva provarci, avevo davanti un esempio irraggiungibile!

Poi afferma, in riva al lago, davanti alla tomba del figlio, che vive simbioticamente in lei:“Volerci bene, solo questo conta. Non può essere troppo tardi”.

Il film si chiude, con l’ultima inquadratura di Eva che impugna gli occhiali e scrive una lettera di scuse alla madre: “é l’eterno ritorno, la figlia non può rinunciare alla madre, non pò lasciarla andare, non può ucciderla, può solo odiarla, ma per tornare ad amarla un’attimo dopo“.

Il film, molto teatrale  e manierista, girato prevalentemente  in interni, attiva nello spettatore il dialogo con i propri fantasmi, esso è molto poetico, specie in alcune frasi pronunciate da Eva: “non si finisce mai d’essere una madre e una figlia”, “è assolutamente necessario impare a vivere!”

 

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