“The Father, nulla è come sembra”, regia di Florian Zeller interpretato da Anthony  Hopkins, con un’interpretazione eccezionale che gli è valso il secondo Oscar alla sua carriera, come miglior attore.

La pellicola presentata al Sundance Film Festival 2020 è candidata inoltre a ben sei premi oscar ed è tratta dall’omonima pièce teatrale.

 Il film racconta di una figlia alle prese con il padre ottantenne, affetto da demenza senile, che si dispera all’annuncio della figlia di trasferirsi a Parigi .

The father, accompagnato dalle note di Ludovico Einaudi che si accordano magistralmente con l’atmosfera del film, il regista trasporta lo spettatore in una dimensione surreale che lo atterra verso una verità dolorosa e irrimediabile.

La demenza senile, viene presentata in tutta la sua irrefrenabile degenerazione, attraverso una disorientante prospettiva psicologica.

The father: frantumazione delle percezioni

Quando tutto ciò che pensiamo di conoscere all’interno della nostra quotidianità improvvisamente evapora, non sappiamo più a che cosa aggrapparci, la mente si fa liquida, i ricordi si confondono con il presente e non riusciamo più a distinguere chi eravamo da chi siamo. La malattia precipita il protagonista in una certezza che sfugge via e configura il delirio persecutorio insieme alla frantumazione delle percezioni

Nel film il rapporto padre-figlia assume un ruolo fondamentale e non solo il padre, ma anche la figlia – ansiosa e impaurita, con un trasferimento all’estero imminente – continua ad avere bisogno del padre. L’intero universo dei ruoli è messo in discussione. Ognuno dei due sono immersi nei ruoli di genitore e figlio, i quali vengono messi in discussione, scomodando l’inconscio collettivo.

The Father, due anime in subbuglio: una è quella del padre e della malattia, che fa a pezzi la realtà. L’altra è quella della figlia, che cerca di tenere insieme l’anima per se stessa e per il padre. 

The Father trasmette smarrimento e confusione

Ogni cosa include sempre il suo contrario. Lo smarrimento di un padre nello sperimentare l’incapacità di riconoscere la realtà per quella che è sempre stata e la confusione della figlia, generata dal senso d’inadeguatezza, sentendosi impotente di fronte al rigido e irreversibile cinismo della vita che decide violentemente per noi.

Sentiamo nel film il rifiuto del padre, che avverte di perdere con la figlia ogni alleanza e rifiutandole l’aiuto che lei cerca di offrirgli, la depriva di ogni alternativa.

Assistiamo, nella visione, al declino, non tanto quello del corpo, quanto quello dello spirito, è l’anima che convince il nostro Ego di poter giocare a essere eterni, mantenendo il controllo su noi stessi.

Nel film la mente si piega alla forza del dubbio, del mistero e dell’allucinazione paranoica attraverso la distorsione della realtà, che induce lo spettatore a dubitare di ciò che vede.

L’angoscia di morte, pervade il film, non quella fisica, ma la morte dell’individuo-spirito. Come possiamo piangere la morte di qualcuno che esiste ancora, rimpiangerlo per com’era, prima che la malattia lo colpisse.

The Father l’identità perduta, mentre il corpo resta

In questa compassionevole ma straziante riflessione sulla vita umana, ciò che rimane è il caos esistenziale del delicato rapporto padre-figlia, travolto da un nuovo ordine, doloroso, estraniante.

Mentre la psicosi, una volta superata l’età critica, è improbabile che arrivi, la demenza nella terza età della vita può sempre farci visita. Con coraggio senile Anthony Hopkins offre il nome e la faccia al protagonista, l’ottantenne londinese Anthony che, nel declino neurocognitivo, confonde passato e presente, sovrappone volti, contamina ricordi, inciampa su sentieri mentali indecifrabili e struggenti. Gli errori del protagonista sono così umani che ci confondono, poiché di devastante portata affettiva.

The Father, la caduta di un padre, una storia familiare come tante: una figlia devota, le badanti respinte, i rancori sopiti, le cose mai dette, le lacrime agli occhi, i falsi riconoscimenti, l’accudimento e la colpa, il fantasma della casa di cura, una storia che prende corpo nell’enigma della malattia e ci spinge a esplorare l’inesplorabile. Anthony così aggrappato al suo orologio, come metafora del tempo, che lo protegge da furti immaginari, per cercare di rimanere legato al ritmo dei giorni, all’ordine delle mattine che precedono i pomeriggi e le sere: “che mi sta succedendo?”

Anthony si paragona a un albero che perde le foglie,  associando ad esse le primavere della sua vita, che ormai sembra proseguire per frammenti, che la mente non riesce più ad integrare.

Rovesciamento della prospettiva visiva: la scena come orizzonte

Il film molto intenso emotivamente, trascina lo spettatore nella mente del protagonista, piuttosto che vederne le conseguenze dall’esterno. Zeller segue alla perfezione il ritorno di certi oggetti: il pollo, il dipinto della figlia perduta, oggetti simbolici insieme a eventi come il divorzio, il trasferimento all’estero, una casa di cura, che continuamente si riaffacciano nella mente e negli occhi, a tratti sperduti di Anthony, descrivendone tutta la sua disperazione, la paura e il senso d’abbandono. Compaiono situazioni confusionarie, ruoli e personaggi interpretati da più attori, nel rifiuto di una progressione narrativa, che spiazza e confonde lo stesso spettatore.

Anthony esprime un’interpretazione emozionale, psicologica e con tutto il suo corpo, oltre che con la sua eccellente mimica, parlandoci di una grande vulnerabilità, a tratti così tenera che strappa il cuore.

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